Luisa Maria Lo Gerfo
Divisione di Paleopatologia, Dipartimento di Oncologia, Trapianti e Tecnologie avanzate in Medicina, Università degli Studi di Pisa, Italia.
Indirizzo: Via C. Colombo n°65, 95027 San Gregorio di Catania (CT).
Tel. 347/ 5916718
E-mail: luisa.logerfo@hotmail.it
Resti di corpi mummificati appartengono a tutte le culture e costituiscono da tempo oggetto di studio dal punto di vista storico, archeologico, antropologico e paleopatologico in quanto beni culturali in senso ampio; si tratta di beni culturali, per così dire, ‘anomali’ in quanto non sono reperti nella accezione comune del termine, ma resti di cadaveri che si sono naturalmente conservati, o che, per particolari motivi di ordine religioso, rituale, sociale sono stati sottoposti a trattamenti conservativi; ciascuno di essi è «un “bene” che un tempo fu persona, a cui venne successivamente assegnato il compito, sotto la facies di mummia, di testimoniare se stessa e la sua, sia pur illusoria perdurante presenza nel mondo» (Todesco M. S., 1993-1994). Essi ci documentano non solo sull'immaginario collettivo circa la vita oltre la morte biologica, sulle tecniche di conservazione dei corpi, sulla storia delle pratiche sociali, del costume, della moda, ma anche sull’aspetto medico, sulle cause di morte, sull’incidenza delle malattie nel passato. Tali informazioni sono utili per capire non solo in che modo si affrontava e si “viveva” la malattia nelle popolazioni trascorse, ma anche di comprendere gli aspetti più complessi della vita sociale: la presenza o l’assenza di patologie specifiche, il loro impatto sulla speranza di vita, sull’età di morte di individui, gruppi o persone, oltre alla complessa problematica della qualità della vita nelle popolazioni antiche. I risultati, degli studi Paleopatologici, inoltre, consentono di ricavare un’enorme mole di informazioni sulle malattie dei secoli passati, in grado non solo di illuminare aspetti fondamentali della vita delle popolazioni, finora scarsamente documentati, ma anche di ricercare informazioni utili anche per contrastare le malattie attuali; tali risultati offrono inoltre, agli antropologi, agli archeologi, ai paleopatologi e agli storici dati scientifici per affrontare alcune questioni disciplinari specifiche tuttora irrisolte. Gli interessanti risultati che costituiscono l’oggetto di questa comunicazione sono emersi nel corso della ricerca particolareggiata su un campione di 17 mummie collocate nella Cripta del Convento dei Cappuccini di Savoca.
Savoca é un piccolo centro della provincia di Messina, arroccato su un crinale a 303 metri di altitudine, tra il torrente omonimo e la fiumara d’Agrò, 37 km. a Sud-Ovest del capoluogo, e a 5 Km dalla costa ionica; essa custodisce, nella settecentesca cripta sottostante la chiesetta annessa al Convento dei Cappuccini (Lombardo S., 1985)[1], impropriamente denominata catacombe, poco più di due decine di mummie intermedie. Per spiegare la presenza di un tale patrimonio culturale in una cittadina così piccola (8,80 Km2 per una popolazione di 1675 abitanti ) bisogna rifarsi alla sua storia passata. La cittadina siciliana fu fondata nella prima metà del XII secolo, in età normanna, da Ruggero II, dalla riunione in un unico centro, sotto la giurisdizione della Baronia di Savoca, dei vari casali disseminati nel territorio, e conobbe il massimo splendore nei secoli XIV e XV, come è testimoniato dall’edificazione di ben 17 chiese (tra urbane e rurali), poste sotto la giurisdizione della chiesa archimandritale locale (oggi chiesa Madre), intitolata a “S. Maria in Cielo Assunta”, il cui archimandrita esercitava il diritto di questua su alcuni territori posti nel circondario, fra Taormina e Messina, e nell’entroterra, a Limina, Roccafiorita, Mandanici, Locadi, Forza (Lombardo S. 1985)[2]. Nel XVI secolo, con i suoi 4469 abitanti, era il centro più popolato del distretto di Messina, annoverando, tra le famiglie stanziali della popolazione del luogo, anche un cospicuo numero di famiglie aristocratiche e una comunità ebraica di 200 abitanti (AA. VV, Università di Messina, Facoltà di ingegneria civile, Anno accademico 1997-98)[3]. Il declino, già in atto alla fine del XVIII secolo, si accentua poco prima dell'unità d'Italia, con lo “scivolamento” sulla costa della popolazione e delle istituzioni nella vicina Santa Teresa Riva, cui verrà annessa in epoca fascista, per riacquistare la sua autonomia nel 1948.
Descrizione della cripta
La Cripta, a pianta rettangolare, di m 14 x 4,25, longitudinalmente orientata da Est ad Ovest, è ubicata al di sotto del piano pavimentale della terrazza antistante la chiesa del Convento. Per comodità di lettura, ho indicato i quattro lati perimetrali con le lettere A, B, C, D.
Sulle pareti interne s’ innestano alcune nicchie a fondo semicircolare con copertura ad arco (39 in tutto) di cui 17 lungo la parete A, 7 nella B, 15 nella C. Nella parete D, che funge da abside, si erge un altare. Antistante all’abside, sotto il pavimento, è ubicato un ossario. Lungo tutto il perimetro, si innesta una cornice, su cui sono poggiate 9 casse lignee, di cui 4 sovrapposte. Al di sopra delle nicchie, sfalsate rispetto alle stesse, sono ricavati altrettanti colombari, alcuni dei quali espongono teschi umani. Solo le nicchie della parete A, (16 su 17), contengono dei corpi mummificati, di alti prelati, nobili o notabili, le restanti sono vuote. Altri corpi mummificati, sono contenuti in teche o casse funebri variamente collocate sul pavimento.
Notizie storiche sulla cripta dei Cappucini
La costruzione della Cripta fu avviata agli inizi del XVII secolo, per custodire i resti dei padri Cappuccini deceduti. Successivamente questa divenne un vero e proprio “cimitero di notabili” in quanto fu destinata ad accogliere alcuni individui delle famiglie locali più in vista, vissuti tra il XVIII e il XIX secolo, particolarmente legati all’Ordine dei Cappuccini (Lombardo, 1985)[4]. Si tratta di medici, notai, giudici, commercianti, avvocati e rispettive famiglie nobiliari o emergenti, e di illustri personaggi del clero locale (abati, arcipreti, sacerdoti), anch’essi provenienti - secondo un costume diffuso nella Sicilia feudale - dalle stesse famiglie. Evidentemente il tipo di sepoltura e il trattamento post mortem differivano in relazione alla potenza del personaggio e alle sue possibilità economiche.
Il numero delle mummie custodite nella cripta
Il numero delle mummie che la cripta ospita è imprecisato. Allo stato attuale, infatti, non è possibile definirlo con esattezza, dal momento che la loro collocazione è il risultato di una sistemazione approssimativa compiuta tra gli anni Cinquanta e Sessanta, per un maldestro tentativo di sfruttarle economicamente come richiamo turistico. Nella ipotesi minimale, è probabile che sicuramente 17 mummie erano collocate nelle nicchie, in piedi, 5 in teche di vetro, 11 in casse funebri, variamente collocate all’interno della cripta stessa. Nella risistemazione alcune delle mummie custodite nelle casse furono trasferite nelle nicchie, rimaste vuote a causa del deterioramento prodotto dal tempo e dall’incuria (Lombardo S., 1985)[5]. L’operazione, deprecabile dal punto di vista culturale, spesso compiuta in modo approssimativo, in qualche caso costringendo a forza i corpi nello spazio ristretto delle nicchie, o allacciandoli in modo rudimentale perché stessero in piedi, si sarebbe protratta per qualche decennio (Padre Basilio Gugliotta, 1958, Lombardo S., 1985)[6]. Attualmente, sommando ai 16 corpi delle nicchie, i 5 riposti nelle teche di vetro e i 12 che dovrebbero essere contenuti nelle casse funebri, il totale delle mummie sarebbe 33. Ma è certamente inferiore alla somma dei rispettivi alloggiamenti, dal momento che un certo numero di casse sono sicuramente vuote. Va aggiunto inoltre che alcuni cognomi riportati sui cartigli apposti nell’ultima sistemazione si riferiscono, talora, a personaggi mai esistiti o alcuni nomi sono inesistenti, altri, infine, sono di personaggi appartenenti a famiglie sicuramente sepolte in altre chiese di Savoca.
Non si hanno notizie storiche su pratiche di mummificazione intenzionale compiute dai Cappuccini sui loro confratelli defunti, che fu invece certamente praticata nei secoli XVIII e XIX, fino al 1876. Infatti, nonostante il 7 luglio del 1866 fosse stata decretata, da parte del giovane Regno d’Italia, la soppressione di ordini, congregazioni e corporazioni religiose, con relativa confisca dei beni e loro attribuzione al Demanio dello Stato (Candeloro, 1978), il Convento dei Cappuccini di Savoca, anche se privo di ogni riconoscimento giuridico, e di proprietà comunale, continuò a svolgere la sua funzione e a praticare la mummificazione, come risulta dalla presenza di almeno due mummie appartenute a individui deceduti posteriormente a tale data[7].
Quanto alla tecnica usata per accelerare il processo di mummificazione, non esistono fonti storiche coeve che parlino del trattamento riservato ai cadaveri, mancano addirittura notizie se un trattamento del genere sia mai stato praticato. Le fonti documentano invece diverse richieste di diritto di sepoltura previo pagamento di una somma di denaro o come compenso per le celebrazioni di rito demandate al Convento nelle varie ricorrenze (Lombardo S., 1985).
Qualche informazione sui luoghi, le modalità e i tempi per la mummificazione dei cadaveri risultano invece da scritti inediti di studiosi del luogo, come quello di Padre Basilio Gugliotta (Padre Basilio Gugliotta, 1938, Lombardo S., 1985)[8], posteriori alla mummificazione stessa, che attingono alla tradizione orale, anche se non è possibile confrontarle coi risultati di studi scientifici condotti sulle mummie, attualmente pressoché inesistenti.
Dall’esame delle strutture architettoniche del locale della cripta della Chiesa Madre di Savoca, risulta che in essa veniva praticata la “scolatura” dei cadaveri, secondo la tecnica diffusa in Italia meridionale. L’esame diretto ha appurato anche altre forme di trattamento dei cadaveri mediante eviscerazione e decerebralizzazione (v. Conclusioni del presente articolo).
La “camera di mummificazione”, nella Cripta di detta chiesa è costituita da un ambiente sotterraneo di forma semi-circolare, ventilato da diverse feritoie ricavate nelle pareti. All’interno, sono ubicate le nicchie (10 in tutto). Queste, di forma semi-circolare, sono dotate di sedili di pietra, sui quali venivano posti a sedere i cadaveri da mummificare, fino a “scolatura” ultimata. Dei fori praticati sui sedili convogliavano gli umori e i liquami cadaverici in una conduttura di espurgo sottostante collegata a una fossa (o cisterna) di raccolta, posta sotto il pavimento di un secondo vano contiguo all’ambiente sopradescritto, di piccole dimensioni, a pianta rettangolare, e munito di piccole aperture - attualmente murate - per il passaggio dell’aria. Durante la visita da me effettuata ho potuto scorgere, tra l’altro, all’interno della fossa suddetta, frammenti di ossa umane con attaccati brandelli di pelle e canalette di terracotta confluenti verso l’esterno, chiaro segno queste ultime della loro funzione di smaltimento dei liquami di raccolta. La terra di accumulo era, inoltre, scurissima, al pari dei terreni ricchi di sostanze organiche (come talora le sepolture a spazio pieno o i canali di scolo di alcuni scavi archeologici). Anche questo secondo vano è dotato di nicchie, – sei in tutto – , sulla cui destinazione d’uso si possono fare ipotesi diverse: forse per contenere i cadaveri in attesa del trattamento preventivo, prima della scolatura nella camera di mummificazione, o perché ricevessero gli ultimi ritocchi, a mummificazione avvenuta, prima del definitivo trasferimento nella cripta dei Cappuccini o per entrambi i tipi di operazioni. L’osservazione diretta conferma pertanto le affermazioni della tradizione orale che il vano suddetto serviva ai frati per espletarvi le varie operazioni di trattamento dei cadaveri (Lombardo S., 1989)[9].
Quanto al metodo di mummificazione usato, il cadavere, dopo essere stato imbevuto per due giorni in una soluzione di aceto e sale, veniva posto sui sedili sopradescritti della camera di mummificazione perché, via via che procedeva la decomposizione, le viscere si colliquassero e venissero eliminate per via naturale attraverso l’orifizio anale, per poi confluire, attraverso il sistema di scolo accennato, nella fossa (o cisterna) del locale contiguo. Le correnti d’aria, il fresco dell’ambiente, l’effetto del sale e dell’aceto e l’azione di muffe presenti nell’ambiente stesso concorrevano a determinare l’essiccazione completa. A operazione ultimata, venivano recisi i tendini e i legamenti delle ginocchia e delle anche per raddrizzarlo.
Si procedeva quindi alla vestizione e al successivo trasporto nella cripta dei Cappuccini.
In qualche caso, nei tempi più antichi, era stata praticata l’eviscerazione, operazione che avveniva nel locale contiguo, dove il corpo, dopo essere stato aperto con un’ incisione dal petto al pube, veniva coricato su un tavolo con la faccia anteriore in giù, e le interiora venivano fatte cadere sulla cisterna. La notizia ha un suo fondamento dal momento che personalmente ho potuto costatare, da un esame macroscopico, che in una delle mummie custodite nella cripta, la numero 3 della parete A, sono visibili oltre a uno scalottamento cranico, anche l’apertura del torace mediante due incisioni ai lati dello sterno che si ricongiungono in un'unica incisione dalla regione epigastrica alla sinfisi pubica (a forma di Y): segno di decerebralizzazione, eviscerazione ed estrazione degli organi molli. Chiari segni di scalottamento cranico sono inoltre visibili nei teschi numero 36 e 41, posti su due colombari della parete C.
Dai riscontri suddetti, data anche la grande esperienza acquistata dai frati Cappuccini nella mummificazione, appare probabile, quindi, che in qualche caso anche a Savoca, come in altre località della Sicilia, i cadaveri, dopo essere stati disinfettati con una soluzione di sale e aceto, venissero privati degli organi interni e delle parti molli, e successivamente trattati con unguenti ed essenze perché i tessuti rimanessero elastici. In ultimo le cavità, toracica e addominale, venivano riempite con paglia e altre fibre vegetali, affinché la mummia conservasse lo «spessore naturale».
Ma la storia delle mummie di Savoca non finisce qui. All’incuria, alla trascuratezza e al degrado, seguiti anche dopo la sistemazione degli anni Cinquanta, di cui abbiamo sopra detto, fa seguito un atto vandalico perpetrato da ignoti nella notte tra il 7 e l’8 febbraio del 1985, in seguito al quale 15 delle 17 mummie esposte vennero imbrattate con vernice ad olio di colore verde. Una di queste è stata restaurata nel 1993 da un’ equipe di esperti incaricati dalla Sezione per i Beni Storico-Artistici dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali di Messina. Il restauro è consistito in una preventiva disinfezione e disinfestazione della mummia, attaccata da spore microbiche di micromiceti e con infestazioni di escrementi di topi e di insetti sugli abiti. A questa hanno fatto seguito la rimozione della vernice, il consolidamento e il fissaggio della desquamazione delle parti e il trattamento conservativo della mummia stessa, con somministrazione di sostanze micotiche ed antiparassitarie (Todsco M.S., 1993-1994)[10]. Per la rimozione della vernice si è fatto ricorso non solo al trattamento con solventi adatti, ma, per le parti più difficili, anche alla microsabbiatura, tecnica particolarmente rischiosa per la conservazione del reperto. La vernice aveva, infatti, impregnato a fondo i pori del tessuto osseo. I risultati del trattamento, compiuto a titolo sperimentale, sono risultati pressoché soddisfacenti. Di rilievo il fatto che si tratta del primo del genere eseguito su una mummia. A restauro ultimato il corpo non è stato più ricollocato nella nicchia che precedentemente lo ospitava (La nicchia n° 15, attualmente vuota) - ormai inidonea perché infestata da parassiti - ma in una cassa appositamente costruita e opportunamente trattata perché fosse resa antisettica, coperta da una lastra di vetro, dove è tuttora visibile ai visitatori (Parete C) [11].
Quest’ultima vicenda ci ricorda, ove fosse necessario, che le mummie di Savoca sono oggi a grave rischio, non tanto per eventuali ulteriori atti vandalici, quanto per la loro stessa sopravvivenza, qualora non si provveda con misure adeguate alla loro conservazione.
Solo le 17 mummie custodite nelle nicchie, per le quali si è fornita la schedatura, sono state oggetto di un esame particolareggiato che ha consentito di evidenziarne lo stato di conservazione, il sesso, la statura, l’età, lo stato di salute al momento del decesso e alcune patologie visibili a livello macroscopico. Obiettivo di tale esame è stato poter acquisire dati desunti dall’osservazione diretta, ed eventualmente verificarne la coincidenza con quelli riportati dai documenti storici o indicati sui cartigli apposti alla singole mummie[12].
Sulla base dei dati raccolti è possibile quindi affermare che lo stato di conservazione è buono per 9 delle 17 mummie prese in esame (A1, A3, A5, A8, A9, A12, A13, A15, A16); ciò nonostante i postumi dell’atto vandalico perpetrato nel 1985, di cui si è precedentemente detto (che ha risparmiato solo le mummie A1 e A5, quest’ultima grazie alla teca di vetro dietro cui è riposta), e nonostante alcune presentino l’epidermide del volto esfoliata ad effetto cipolla (A2, A4, A10, A11); discretamente conservate risultano la A6 e la A14; appare, infine, veramente precario lo stato delle mummie A7 e A17, in cui è possibile osservare che i tessuti cutanei ed ossei sono totalmente assenti in alcune regioni: ciò è da attribuire all’azione di roditori di cui, in qualche caso, sono stati notati segni di morsi perfino sulle ossa. Quanto agli effetti dell’atto vandalico, in alcune mummie la vernice è riuscita a penetrare in profondità nell’epidermide e nei vestiti, procurando danni che in alcuni casi sembrano irreversibili (A2, A4, A11).
Gli individui del nostro campione sono tutti di sesso maschile. I dati antropometrici evidenziano una statura non molto elevata, compresa tra i 145 e i 158 cm, ad eccezione degli individui A9 e A12 che misurano rispettivamente 164 e 172 cm. Tale statura corrisponde ai parametri brevilinei della popolazione siciliana agiata nei secoli XVIII e XIX. L’età al momento del decesso, calcolata col metodo delle usure dentarie e/o con quello delle unioni delle suture craniche, oscilla tra i 35 e i 65 anni circa, ad eccezione che per l’ individuo A1, il quale, evidenzia un’età di 22±26 anni circa, in cui sono piuttosto evidenti i segni della saldatura delle epifisi distali del radio e dell'ulna in contrasto con l’età di 68 anni indicata sul cartiglio apposto.
Un cenno infine ai dati rilevati su uno dei due crani (il numero 40) disposti all’ interno dei colombari della parete C (Ventura L., Urbani V., Arrizza L., Fornaciari A., Lo Gerfo L., Fornaciari G., 2007) [13]. Il cranio è parzialmente danneggiato: manca la mandibola, il mascellare superiore, parte dello sfenoide, l’osso temporale destro, lo pterion destro, il processo stiloideo e la mastoide destra. Esso doveva, probabilmente, appartenere ad un individuo, la cui età ed il sesso non sono stati definiti, affetto da carcinoma metastatico. Si tratta di un tumore maligno certamente causa del decesso del soggetto in questione. Sono evidenti numerose lesioni osteolitiche rotondeggianti e dai bordi irregolari: una di esse è presente nella regione compresa tra la linea di sutura del bregma e la zona, in senso antero-posteriore, della fossa temporale destra; un’ altra, con i bordi coincidenti con la linea di sutura del bregma, è compresa tra il frontale ed il parietale sinistro ed ha notevolmente assottigliato lo spessore della teca cranica circostante; altre, invece, poste sulla superficie interna della volta cranica, vicino alle regioni in cui sono accolti i seni venosi e i solchi più sottili destinati alle arterie meningee, non sono riuscite ad erodere completamente la superficie esterna della teca cranica fino a foramina.
Bibliografia
P. Andrea da Paternò, “Notizie storiche dei Padri Cappuccini della provincia di Messina”, Stamperia di Gioacchino Di Leo, 1880, Catania (estratti in Lombardo S. 1985 cit.., p. 10).
Lombardo S., “Le «Catacombe» del Convento dei Cappuccini di Savoca. Storia e personaggi”, Savoca, 1985, cit.., p.10; p. 14; p. 24; p. 25; pp.33-38; p. 23 e 25; p.30;
AA. VV, “Ricerca sui caratteri costruttivi dell’architettura giudaica – Sinagoga di Savoca”, Università di Messina, Facoltà di ingegneria civile, Anno accademico 1997-98
P. Giampietro da S. Teresa, “Raccolta di notizie sulla S. Religione e su altri avvenimenti in S. Teresa e suoi dintorni”. ms inedito, Archivio Storico del Comune di Savoca, 1938 (estratti in Lombardo S. 1985 cit.., p. 14 e Lombardo S.1994).
P. Basilio Gugliotta, “Visitiamo la Necropoli sotterranea del Convento dei P. Cappuccini di Savoca”, ms. inedito, Archivio Storico del Comune di Savoca 1958, (estratti in Lombardo S. 1985 cit.., pp. 33-38 e Lombardo S. 1994, cit.).
Candeloro G., “Storia dell’Italia Moderna”, Vol. V, Milano 1978, (ed. or. 1968), pp. 324-326.
P. Basilio Gugliotta, “Visitiamo la Necropoli sotterranea della Chiesa Archimandritale di Savoca”. Studio storico critico, ms. inedito, Archivio Storico del Comune di Savoca 1963 (estratti in Lombardo S. 1985, cit.., p. 30 e Lombardo S.1994, cit.).
Lombardo S., “Luoghi, tradizioni, poesia e cultura nell’antico territorio di Savoca e delle comunità rurali”, EDAS, Messina, 1989, p. 235.
Lombardo S. (a cura di), P. Basilio Gugliotta da Naso e P. Giampietro da S. Teresa di Riva, “Scritti scelti su Savoca e dintorni”, Messina, 1994.
Ventura L, Urbani V, Arrizza L, Fornaciari A, Lo Gerfo L, Fornaciari G, “VI World Congress on Mummy Studies, Metastatic carcinoma in a skull from Savoca (Sicily)”, vol. 1, pp. 263-263, Teguise, Lanzarote, Canary Islands, Spain 2007.
Note
1. Il Convento dei Cappuccini, intitolato a S. Anna, con chiesetta di S. Francesco annessa, fu costruito nel 1603, perché ospitasse i frati della preesistente comunità, a Savoca dal 1574, in località Santa Domenica, in area rivelatasi franosa e perciò definitivamente abbandonata nel 1614 ( P. Andrea da Paternò, Notizie storiche dei Padri Cappuccini della provincia di Messina, Stamperia di Gioacchino Di Leo, Catania, 1880, p. XLII. Il passo è riportato dallo storico S. Lombardo (cit.., p 10). Lo scritto originale è del 1781.
2. Cfr. ms. inedito di Padre Giampiero da S. Teresa, Raccolta di notizie sulla S. Religione e su altri avvenimenti in S. Teresa e suoi dintorni, 1938, p. 81, Archivio Storico del Comune di Savoca, parzialmente riportato da S. Lombardo (cit.,. p 14).
3. Questa comunità aveva anche una sua sinagoga in area centrale, prossima alla Curia e alla quattrocentesca chiesa di San Michele, sinagoga che alla fine del Settecento fu trasferita, per decreto pubblico, in luogo in cui non fosse di molestia allo svolgimento delle funzioni religiose cristiane. Il sito esatto è stato individuato da uno studio recente con riferimento a un documento d’archivio del 1795 pubblicato da B. e G. Lagumina (a cura di), Codice diplomatico dei Giudei in Sicilia, parte 1, vol. I-IH, Palermo, 1884 -1895).
4. La maggior parte delle famiglie illustri di Savoca, infatti, aveva le sue tombe di famiglia presso altri edifici religiosi: nel Convento dei Domenicani, nel Convento dei Minori Conventuali o nella Chiesa di San Nicolò e di San Michele (Lombardo, cit.., p. 24).
5. Cfr. Padre Giampietro da S. Teresa, Raccolta di notizie sulla S. Religione e su altri avvenimenti in S. Teresa e suoi dintorni, anno 1938, ms. inedito, Archivio Storico del Comune di Savoca, riportato dallo storico S. Lombardo (cit.., p. 23 e 25). Stando alla notizia riportata sull’affollamento della Cripta nel 1938, il degrado sarebbe posteriore a quell’anno.
6. Cfr. P. Basilio Gugliotta (Visitiamo la Necropoli sotterranea del convento dei Cappuccini di Savoca, 1958, ms. inedito, Archivio Storico del Comune di Savoca, parzialmente pubblicato da S. Lombardo cit. pp. 33-38) secondo il quale l’ultima mummia a cui era stato riservato tale trattamento, risalente a qualche anno prima della data della sua memoria storica (1958), era stata quella dell’abate Antonino Garufi (1775 -1842), «… Elegante epigrafista e poeta latino … Maestro in Divinità, Filosofia, in Classica Letteratura, Segretario dell’Amministrazione Civile ed ecclesiastica …», secondo quanto recita l’epigrafe impressa su una lastra bronzea della cassa funebre originaria.
7. Vedi tabella n° 1 allegata.
8. P. Basilio Gugliotta, Visitiamo la Necropoli sotterranea della Chiesa Archimandritale di Savoca. Studio storico critico, Novembre 1963, ms. inedito, Archivio Storico del Comune di Savoca, parzialmente pubblicato da S. Lombardo.
9. In particolare in Santo Lombardo, cit.., p.235 si legge: «Contigua alla struttura sotterranea si notano una cisterna e una botola che, …secondo la tradizione popolare, giovavano al processo di mummificazione». Analoghi particolari provengono da una informazione orale cortesemente fornitami dal Prof. Dott. Vincenzo Pugliatti, già primario della Divisione Ginecologia e Ostetricia dell’Ospedale “Piemonte”, di Messina, autore tra l’altro di un abbozzo inedito di romanzo storico ispirato a un suo antenato, Carmelo Pugliatti, morto di colera nel 1854, che ho avuto modo di leggere. In una sua lettera inviatami con lo scritto allegato l’autore espressamente afferma: « Ho unito quanto ho scritto sulla base dei racconti di mio nonno, medico condotto in un paese presso Savoca».
10. M. S. Todesco, Fermare il tempo …, cit., p.94.
11. Per la mummia in questione nelle schede mummiologiche e nella pianta si è adottato il N° di identificazione A15, corrispondente a quello della collocazione originaria, dove la mummia dovrebbe ritornare quando anche la cripta sarà stata restaurata.
12. Per questa ragione si è omesso la schedatura delle mummie riposte nei sarcofagi (teche e casse lignee) posti sul pavimento della cripta (B18, C19, C20, C21, C22, D23, D24, D25, D26 nella tavola n°2 allegata) e delle altre eventualmente presenti all’interno dei cassoni del cornicione superiore, assolutamente inaccessibili, dato che questo era pericolante (C32, C33, C34, A27, A28, A29, A30, B31. I dati raccolti (in parte riportati nella tabella n° 1) risultavano infatti incompleti e frammentari e avrebbero richiesto un esame e un approfondimento ulteriore, impossibile allo stato attuale.
13. Il cranio è stato successivamente studiato dal punto di vista paleopatologico dal Prof. Fornaciari (Dir. della Divisione di Paleopatologia, Dipartimento di Oncologia, Trapianti e Tecnologie avanzate in Medicina, Università degli Studi di Pisa, Italia.) e dalla sua equipe e pubblicato recentemente. Per un ulteriore approfondimento p. 263.
14. L’identificazione e l’anno del decesso sono quelli riportati nel cartiglio apposto. Essi appaiono però discutibili. Stando a questi il personaggio in questione sarebbe morto a 68 anni. . L’esame delle usure dentarie e delle suture craniche indica invece che si tratta di un individuo di 22 ± 26 anni circa.
15. Le generalità indicate su un biglietto a stampa risultano, secondo Santo Lombardo, arbitrarie. Si tratterebbe invece di Frate Felice della Limina, deceduto nel 1843.
0 commentaires:
Enregistrer un commentaire